Figure di merda. Storie di vita vera

Oggi vi racconto storie di vita vera. Racconti di vita vissuta che lasciano il segno, se non si è abbastanza forti da saper reagire. Sì, perché le figure di merda bisogna saperle indossare, e mica si può cambiare vita dopo averle fatte. E’ facile farle, tutti le facciamo. Ma sono pochi coloro che riescono a venirne fuori con stile. E’ come quando sbatti la faccia alla vetrina del locale affollato, tutti ti guardano ma non te ne curi. Col viso deformato entri nel bar e senza neanche asciugarti il sangue che ti cola dal naso, ordini un altro rum e inizi a provarci con la barista. Storie di vita vera, gente! E’ una questione di modi, di classe, di stile. Le figure di merda non sono semplici gaffe, non sono banali figuracce, non sono soltanto episodi imbarazzanti, ma hanno qualcosa di più, vanno a colpire la dignità. La reputazione pubblica. L’orgoglio.
Non è come dire a una ragazza, che è ingrassata improvvisamente: “Ma sei incinta? Auguri!!”. Non si tratta di mostrarvi a un partner occasionale quando l’ultima depilazione l’avete fatta l’inverno scorso. E non è neanche come dire frasi a cazzo in tv o sui giornali. No, le figure di merda vere vanno oltre. Sono storie di vita che ti formano. C’è poco da fare: le figure di merda vanno gestite, bisogna saperle affrontare.
Ci sono figuracce, anzi, figure di merda vere e proprie, che possono stroncare una promettente carriera, se non si è allenati a gestirle, proprio come in questo caso (storie di vita vissuta):

Di seguito riporto due esempi che vi faranno capire in che modo si possono gestire le figure di merda più atroci, e come fare per uscirne con la dignità intatta (più o meno). Si tratta di storie di vita intense, che valeva la pena raccontare qui su questo blog (o forse no).

Gestire le figure di merda più atroci e uscirne con la dignità intatta. Ecco due storie di vita vissuta che vi permetteranno di sopravvivere senza cambiare nome, volto e città

La stanzetta di lei

Questa è una situazione classica, se mi dite che non vi è mai capitata non vi credo.
Insomma, siete nella stanzetta di lei e siete in quella fase di copula selvaggia in cui lei vi cavalca come Zorro fa con Fulmine, dopo essergli balzato in groppa saltando giù dal balcone. Solo che lei ha più tette di Zorro, ha il cappello da cowgirl in una mano e urla: “Sì! Cavalca bello, cavalcaaaa!!!!” e ogni tanto vi molla qualche ceffone per farvi aumentare il ritmo dell’andatura.
In pratica è un rapporto canonico, anche romantico, volendo, dove sembra andare tutto per il meglio. Solo che a un certo punto la porta si apre e lei ritorna ad essere la casta adolescente timorata di dio che avete conosciuto a lezione (ma con il cappello da cowgirl sempre in mano).
“Oh mio dio, che sta succedendo qui? Copriti, svergognata!”
“Niente, mamma. Noi…”.
“E lui chi sarebbe?”
“Ah, voi siete la mamma? Che bella donna, avrei detto la sorella, pensi…”
“La smetta, maiale, si rivesta e se ne vada, piuttosto, prima che chiami la polizia”.
“Sa che vi somigliate tantissimo? Quando vi arrabbiate siete ancora più belle. Che ne dice, invece di chiamare la polizia, di chiudere la porta e venire qui con noi?”
Basta poco per risolvere una situazione complicata.

Mi ricordo che quella volta, col mio compagno di cella, ci siamo fatti un sacco di risate ripensando all’accaduto.
storie di vita-figure di merda-mamma sconvolta

Il parcheggio

Un altro esempio classico, quasi uno standard, è quando avete un attacco di diarrea improvvisa, defecate in un parcheggio buio, e nel bel mezzo dell’operazione arriva il proprietario dell’auto che avete scelto per nascondervi. Vi vede. Vi urla contro: “Quella è la mia macchina, stronzo!”. Vi insegue e voi correte come potete coi pantaloni abbassati. E cadete, vi rialzate e correte nuovamente e ricadete, e poi, ovviamente, lui vi raggiunge proprio in mezzo a una via illuminata dove tutti vi guardano. E’ arrabbiato, lui, vi insulta. E ora che c’è la luce e lo vedete meglio, viene fuori che è il padre della vostra ragazza a cui siete stato presentato giusto la settimana scorsa, quando lei vi ha portato per la prima volta a casa dei suoi.
“Ah, ma è lei?”
“Ma che… oh, sei tu?”
“Ehm… salve. Come va? Sta bene?”
“Io… io bene, tu?”
“Anch’io bene, grazie. Ho giusto un po’ di mal di pancia, sa com’è… A proposito, ha un fazzolettino di carta?”
“Sì, ecco, tieni”.
“Grazie”.
Basta un po’ di stile per risolvere le questioni difficile.

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