L’operatore call center. Il lato oscuro del precariato

Io quando sono triste, nei miei momenti più scuri, per tirarmi su il morale ripenso sempre a quando, anni fa, lavoravo negli uffici call center. Ammazza che periodo di merda. Addetto alle vendite, in gergo tecnico out-bound. Quello che vi dà le sòle, avete presente? Il rompicazzo che vi chiama una volta al giorno oramai da tre anni, che puntualmente mandate a cacare e che proprio per questo il giorno dopo vi richiama? Ecco, quello ero io.
In seguito fui allontanato dall’ufficio perché a me rompere il cazzo coi sindacati piace un sacco, ma lasciamo perdere. Ad ogni modo sì, fu un periodo un po’ strano, per fortuna l’alcol, fedele compagno di mille battaglie, è sempre stato al mio fianco pronto a darmi una mano per risollevarmi ad ogni caduta.

Successivamente, grazie al cielo, trovai un posto di lavoro come cavia umana in un laboratorio in Svizzera e da lì fu la svolta, ma questa è un’altra storia, magari ve la racconto in un altro post.

Per quel che riguarda questa esperienza morbosa con la cuffia telefonica, invece, ne scrissi a suo tempo un racconto per la rivista Tempi Nuovi. Ve lo ripropongo qui sperando vi piaccia (e sennò sti cazzi!)

Il mondo fa schifo, ma noi più di lui.

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Una vita da call-center

Di Enrico Miceli

Click.

«Buongiorno, sono Enrico di…»

«Ah Chiccoli’, ma vatten’a fanculo!»

Click.

Ecco. Questo è il buongiorno speciale, gratuito, esclusivo e riservato solo a te. Operatore call-center. Ma stai tranquillo. Metti giù il telefono, respira, sorridi e componi il prossimo numero. Va tutto bene.

«Buongiorno, sono Enrico di…»

Chi prima chi poi da un ufficio call-center si passa tutti. E’ come andare al cimitero comunale, solo che non ti lasciano dormire in pace e a fine serata stacchi e torni a casa.

Quattro euro e trenta centesimi l’ora. Netti, eh. Mica cazzi. Alcuni prendono le provvigioni, altri no. Tu no. Comunque sia se eviti di ammalarti, di romperti l’osso sacro, se sei puntuale, se non ti dilunghi nella pausa di lavoro, se gli autotrasportatori non ti imbottigliano sulla Pontina e se il riposo te lo concedi solo la domenica senza troppe lamentele, ecco, se sei un modello nuovo di lavoratore ultima generazione, un Robocop della flessibilità, allora alla fine del mese le tue belle quattrocentocinquanta euro non te le leva nessuno. Nette, eh. Ed è vero, non te le leva nessuno, per carità, diciamo però che alle volte qualcuno le riceve un po’ in ritardo, magari passano un paio di mesi, magari anche tre o quattro. Ma prima o poi, stai tranquillo, le tue belle banconote fruscianti arrivano. Quattrocentocinquanta eh, mica cazzi. Ché tra affitto, bollette e discount mica ti serve altro, o no? Che ci farai mai, tu, operatore call-center, con una banconota da cento euro in più nella tua snella e sexy busta paga? Quattrocentocinquanta bastano. E se sei parsimonioso a fine mese riesci a comprarti anche tu una bella busta di tabacco, così, tanto per toglierti lo sfizio. Quella piccola però, non lasciarti intrappolare dal consumismo sfrenato.

Click.

«Buongiorno, sono Enrico di…»

«Non m’interessa».

«Ma se non le ho nemmeno detto…»

«Non m’interessa».

«Sì, ma se non sa…»

«Non m’interessa».

«D’accordo ma almeno…»

Click.

Stai tranquillo. Metti giù il telefono, respira, sorridi e componi il prossimo numero. Va tutto bene.

Una copia firmata del contratto non te l’hanno rilasciata, vero? No, non te l’hanno rilasciata. Però la copia che hai firmato te l’hanno fatta leggere, tutto sommato di che ti lamenti? «Firma qui, qui e qui». Due minuti di tempo per una rapida lettura, tra una telefonata e l’altra. E poi, scusa, ma quello che ci sta scritto dentro lo sai, no? A cosa ti servirà mai averne una copia anche per iscritto? Ma leggiti la Gazzetta dello Sport piuttosto, operatore call-center, e cerca di non lagnarti in continuazione. Non ti si regge più! Sei patetico. Sempre a disturbare.

Click.

«Buongiorno, sono Enrico di…»

«Basta! Avete rotto i coglioni!»

Click.

Visto? Sei tu. Sempre a disturbare. Le persone a casa, gli automobilisti sulla Pontina, i tuoi superiori, i colleghi, i familiari, gli amici, tutti. Smettila di lagnarti. E adeguati, cazzo!

Ora comunque stai tranquillo. Rilassati. Metti giù il telefono, respira, sorridi e componi il prossimo numero.

«Buongiorno sono Enrico di…»

Bravo. Così.

Va tutto bene.

Lavora.

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