Humus (Castelvecchi) di Enrico Miceli

Questo è il primo capitolo di Humus

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Humus

di Enrico Miceli

Capitolo 1

Io sono Federico Zolfanelli, è notte, e sto scappando. Vicino a me c’è Pier. Anche Pier sta scappando. Ha la faccia gonfia, piena di lividi e graffi. I cani dietro di noi ci inseguono e si fanno ogni secondo più vicini. Cazzo. L’adrenalina ha reso insensibile il mio corpo. L’unico rumore che avverto è il sordo tamburo del cuore che batte il ritmo tribale della fuga. La bocca butta fuori il fiato come una pompa ad aria compressa e l’asfalto affonda ad ogni singola pressione esercitata dal piede. E i cani sono là. Dietro di noi. A meno di una decina di metri. A meno di una folata di vento. A meno di un balzo. Cazzo. Un balzo.

«Cazzo!», urlo.

Mi sento strappare via la gamba. La morsa dei denti di uno di quei dannati dobermann mi stritola tra il ginocchio e la coscia. Cado a terra di faccia. Un pesante scricchiolio mi fa intuire la rottura del naso. Pier è scappato via. Ora corre agitando il suo culo molliccio mentre la luce di un lampione illumina i suoi lunghi capelli ricci e neri. Gli altri due cani ci hanno messo un attimo a raggiungermi. Uno mi azzanna il braccio che protegge la gola e tutto diviene sfocato.

Quando provi un dolore eccessivo, ti sembra quasi che questo sparisca e ogni cosa diventa simile a un sogno, si va in un’ambientazione onirica, in una scenografia da teatro, in una dimensione dove tre dobermann possono azzannarti lungo tutto il corpo e tu stai lì e li osservi serafico e rassegnato dicendoti: «Beh, prima o poi la smetteranno».

L’alito caldo di quelle bestie ha il fetore della decomposizione. Poi un fischio. I cani si rizzano sull’attenti e rimangono immobili per un interminabile secondo. Il fischio riecheggia nuovamente nell’aria e le tre fiere tornano indietro. Dal vicolo scuro che intravedo appena, in fondo all’asfalto ricoperto di ghiaia, vedo l’ombra grassa di un uomo. Deve essere il padrone della catapecchia che sta vicino alla reggia di quel bastardo. I cani ritornano docili da lui che continua a ridere.

«Bravi i miei ragazzi», grida. «Gli avete strappato via il budello a morsi a quel ladruncolo. Bravi… ah, ah… e tu vedi di non farti più rivedere da queste parti. Figlio di puttana!».

Ogni cosa fa male. Ogni ferita brucia acida e io cerco di ricordarmi l’ultima antitetanica. Non la ricordo. Va bene lo stesso. Poi mi tasto il collo ma da lì non perdo sangue. Bene, penso. Quindi tiro per un momento un sospiro di sollievo e mi accorgo che in realtà non riesco a sospirare.

Il mio naso spruzza via il sangue e sembra lo sfiatatoio di una balena. Fa un male cane. Perdo litri di sangue. La gamba poi sembra macellata. Non riesco a muoverla. Chiamo Pier con più voce che posso ma quel figlio di puttana è scappato solo dio sa dove. Cazzo! Cerco di non posare la gamba maciullata sull’asfalto, ma il dolore è così forte che non riesco a tenerla su. La strada è quasi deserta. Vedo solo alcuni ragazzi che fumano davanti alla porta di un pub. Hanno sentito le urla, forse, ma non sembrano voler venire in mio soccorso.

 «Aiuto!».

Sento il cuore rallentare la corsa e comincio a rendermi conto di quanto fiato ho perso. Il respiro diventa denso e si trasforma in fumo ad ogni battito di tamburo.

«Aiuto Cristo! Sto morendo, aiutatemi!».

Vomito via tutto il sangue che il naso mi fa colare in gola.

«Non stai morendo coglione. Hai solo una gamba a brandelli e il naso rotto. Tutto qui».

Pier è ritornato e ora sta piegato sulle ginocchia. È spompato anche lui e cerca di riprendere fiato. Guardo la sua mano. Gli manca il mignolo, è ricoperta di sangue rappreso ed è gonfia.

«Dov’eri finito?», gli chiedo.

«Ho corso più veloce che potevo. Poi però mi sono reso conto che non c’eri e sono tornato indietro».

«Perché non gli hai sparato a quei dannati cani?».

«Ero nel panico amico. Non sopporto i cani. Mi terrorizzano. Ho pensato solo a scappare. Scusa».

Ha la barba imbrattata di saliva e sangue.

«Dove sono andati quei rognosi?», mi chiede ora, e la saliva densa sembra un elastico che si allunga e si accorcia ad ogni vocale.

«Il ciccione li ha richiamati indietro».

«Porco figlio di puttana».

L’elastico di sputo posto sulle labbra si spezza e con il polso Pier si pulisce la bocca.

«Ne siamo usciti», dico, e non ci credo. Poi mi tocco la gamba. Perde molto sangue. Cambio espressione. Io perdo davvero troppo sangue.

«Alzati!».

«Alzati cosa coglione? Porca vacca, mi hanno appena maciullato la gamba! Zampillo sangue da tutte le parti, cazzo! Non so, portami al pronto soccorso piuttosto, qui è pieno di microbi ovunque. La gamba andrà in cancrena».

«Sei pazzo? Vuoi andare al pronto soccorso ora? Non è una buona idea. Lì magari ci trovano».

«Non me ne frega un cazzo. Voglio andare al pronto soccorso. Ora! Chiama una cazzo di autoambulanza. Perdo sangue, troppo sangue, non lo vedi?». Sono troppo agitato.

«D’accordo amico, ti chiamo un’ambulanza e me la filo, chiaro? Se la polizia ti verrà a cercare non gli parlerai di noi, vero?».

«Certo che no, cazzo…». Mi ascolto, più che un urlo è un lamento, «tu fai quello che ti pare. Oh dio la mia gamba! Levati dalle palle ma chiama il pronto soccorso per dio!».

«Lo sai che possono trovarti in qualsiasi momento se finisci in mano alla polizia?».

«Certo che lo so, brutto figlio di puttana. Prendi il telefono e chiama! Pier!».

«Certo, chiamo. Chiamo… d’accordo».

«Ecco, chiama… bravo».

Mi rotolo a terra trafitto dal dolore, ricoperto dal sangue che sgorga a fiumi dalla gamba e dal naso. Mentre rotolo penso a quanti cani hanno fatto i loro escrementi proprio in quel punto preciso. Quante suole di scarpe hanno calpestato quel metro d’asfalto. Quanti microbi. Quanta merda può nascondersi sotto la ghiaia di una strada di un qualunque quartiere del cazzo. Ora che l’effetto dell’adrenalina è scivolato via mi sento come un pezzo di ghiaccio semisciolto sul fondo di un bicchiere. Il sangue umido e caldo si indurisce immediatamente con il freddo della notte e appena una goccia rossa cade giù viene subito risucchiata. Assorbita. Ingoiata dalla terra.

«Sta arrivando un’autoambulanza», mi dice Pier, «io vado via».

«Ok».

«Che dirai se ti chiedono come mai eri qui?».

«M’inventerò qualcosa, stai tranquillo. Dirò di non ricordare niente. Un’amnesia, d’accordo?».

«D’accordo».

«Ora levati dalle palle. Tra poco arriva l’ambulanza e ci impiegheranno poco a chiamare in causa la polizia e tutto il resto. È troppo rischioso, fratello».

«Ok. Ciao…», si allontana, poi si ferma e mi guarda, «ehi… in bocca a lupo per tutto».

«Crepi!», rispondo, e un nuovo fiotto di sangue sfiata dalle narici.

Poi mi si annebbia la vista.

I ragazzi davanti al pub non si accorgono di nulla. Fumano, bestemmiano e ridono senza sosta. In lontananza si avverte il suono delle sirene.

Chiudo gli occhi sognando un po’ di morfina in circolo. Poi arrivano i lampeggianti dell’ambulanza e un uomo dell’unità paramedica mi chiede cosa mi è successo.

Buio.

Continua qui…

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