Guerre nascoste, rivolte e altre cose insignificanti

Pensando a quanto è successo a Parigi mi è tornata in mente una storia che avevo scritto qualche anno fa e che parlava dei conflitti ancora attivi o non del tutto risolti nel mondo. All’epoca curavo una rubrica di racconti per il quotidiano Linkiesta. Erano racconti fatti di solo dialogo, un esperimento che trovavo divertente. Questo che pubblico rimase inedito, e mi va di condividerlo oggi, anche se forse avrebbe bisogno di qualche piccolo aggiornamento.

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Della guerra e di altri demoni

di Enrico Miceli

«Ad esempio anche in Burundi e in Ruanda c’è ancora la guerra».

«Ah, sì?».

«Cioè, non è proprio come un tempo, in cui la guerra era ufficiale, ma ci sono ancora oggi conflitti etnici e religiosi. Non se ne parla tanto ma è da più di vent’anni che Hutu e Tutsi si scannano».

«Hutu e…?»

«Tutsi»

«Tutsi?»

«Tutsi, sì, i watussi, quelli del paraponziponzipo’, hai presente?»

«Il popolo di negri che ha inventato tanti balli?»

«Esattamente».

«Il più famoso è l’Alli-Galli?»

«Proprio loro, però è da un po’ che l’Alli-Galli da quelle parti non si balla più…»

«Se prima eravamo in tre a ballare l’Alli-Galli…»

«… questa è un’altra canzone, comunque nel corso degli anni la guerra lì ha fatto almeno trecentomila morti…»

«… adesso siamo in quattro a ballare l’Alli-Galli».

«… per non parlare di più di un milione di persone che hanno perso tutto e sono scappate via per non morire».

«E se prima eravamo in quattro a ballare l’Alli-Galli…»

«Ma la smetti?»

«Adesso siamo…»

«Oh, basta! Abbiamo capito».

«Ok, ok. Mamma mia però come la fai lunga, non si può neanche canticchiare, con te. Era per sdrammatizzare».

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Guerre, rivolte e tensioni nel mondo

«Ti sto parlando di cose importanti. Ci sono ancora nel mondo tantissime guerre, magari non sempre sono guerre ufficiali, ma restano comunque conflitti, rivolte, rivoluzioni, colpi di stato, cose che per lo più noi ignoriamo».

«Ah, sì?»

«Eh sì».

«Sarà… Comunque: perché si scannano i watussi? Sentiamo un po’».

«Bah, cose religiose, di cattolicesimo, non lo so, il Tg1 all’epoca non lo disse perché doveva dare la linea a DoReCiakGulp».

«A me Mollica mi fa incazzare».

«Va be’, d’altro canto era il compleanno di Paperoga, che ci vuoi fare?»

«Anche Paperoga mi fa incazzare!»

«Che poi i conflitti mica ci sono solo in Ruanda e in Burundi, eh?»

«Ah no?»

«Eh no. Per dirne un altro anche nelle Filippine è dagli anni ’70 che ci sono scontri tra militari e Milf. Lo sapevi?»

«Aspe’ che questa m’interessa, sembra la trama di un porno. Che fanno nelle Filippine i militari con le Milf?»

«Non LE Milf, IL Milf».

«Mother I’d Like to Fuck, giusto?»

«No, Moro Islamic Liberation Front, mi spiace, l’ala sunnita del Fronte Nazionale di Liberazione Moro, un gruppo indipendentista della regione autonoma del Mindanao».

«Ah, ok, capisco… il Mindanao però già m’interessa meno, anzi, a essere proprio sincero non è che m’arrapi granché».

«Poi c’è il Kurdistan che da quasi cinquant’anni vorrebbe un suo territorio a cavallo tra la Turchia, l’Iraq, la Siria e l’Iran, senza contare Daesh».

«Apperò, un gruppetto di vicini simpatici e ragionevoli».

«Il solito qualunquista. Però non credere, eh, i partiginani del Pkk sono tosti, sai? Pensa che sono gli unici che, in quell’area lì, portano avanti idee di socialismo libertario, laicità, femminismo…»

«E grazia al cazzo che non li vogliono».

«E malgrado l’arresto di Ocalan di alcuni anni fa continuano a lottare compatti e tengono testa, da soli, agli attacchi e all’avanzata dell’Isis senza il sostegno di nessuno, neanche dell’Europa, figuriamoci della Turchia».

«Ah, Ocalan, me lo ricordo, come no: O-ca-lan li-be-ro! O-ca-lan li-be-ro! Che fine ha fatto Ocalan?»

«Gli è stata commutata la condanna a morte in ergastolo e ora è l’unico detenuto della prigione di Imrali, un’isola turca microscopica e praticamente deserta a sud del Mar di Marmara».

«Mi stai dicendo che Ocalan è stato condannato a vivere in un villaggio turistico?»

«Sei un coglione! È una prigione».

«Sì, va be’, ‘na prigione. A ‘sto punto potevano mandarlo in crociera».

«Lasciamo perdere, va’, sei di una retorica irritante. Parli senza sapere. Sei un idiota».

«Oh, non si può neanche scherzare con te, cacchio come sei permaloso».

«Va be’, ritornando ai conflitti, ce ne sono un sacco ancora in corso di cui purtroppo non si parla quasi mai. Sono innumerevoli. Ad esempio ci sono quelli in Aceh, Algeria, Angola, Ciad, Costa D’Avorio, Eritrea ed Etiopia, Gibuti, Kashmir, Kenya, Liberia, Mali, Nepal, Nigeria, Repubblica Centroafricana, Repubblica Democratica del Congo, Senegal, Somalia, Sri Lanka, Sudan, Uganda, Yemen. Tutti paesi in guerra».

«Aspe’, mi sono perso a Costa D’Avorio. Che guerra viene dopo?»

«Non fa niente. Ce ne sono tantissime. E molti dei militari che combattono sono bambini soldato. Poi ci sono i conflitti e le tensioni fuori dall’Africa, che magari per noi sono o sono stati più visibili. Penso all’Afghanistan, alla Cecenia e alla Colombia fino ad arrivare a tutti quelli venuti alla ribalta in questi ultimi anni come l’Egitto e tutti gli altri. E comunque queste sono solo le guerre e le rivolte riferite dall’Onu e dalle organizzazioni non governative. Milioni e milioni e milioni e milioni di morti e di sfollati».

«Sfollati che poi vengono tutti a casa nostra, scommetto».

«Ba’, insomma, proprio tutti no. Da noi ne arriva una percentuale bassissima. Diciamo che la maggior parte muore durante i viaggi e le traversate, molti vengono giustiziati nel deserto o annegano in mare, l’Italia non la sfiorano neanche».

«Uff! M’hai messo ‘n’ansia».

«Va be’, però c’è un lato positivo».

«Sarebbe?»

«L’Italia ha un giro d’affari medio di circa tre miliardi di euro l’anno per l’esportazione di armi anche verso paesi in guerra o a rischio di conflitto. In pratica le armi con cui si scannano gliele vendiamo noi. Loro si ammazzano, ok, però noi ci guadagniamo un sacco di soldi!»

«Ah sì?»

«Devi considerare che produciamo lavoro e ricchezza per tanti italiani. O no?»

«Vendendo le armi a chi si ammazza?»

«Non ci limitiamo solo a vendere le armi, spesso i conflitti li finanziamo anche, magari in maniera un po’ occulta, con le speculazioni della Sace, la compagnia assicurativa-finanziaria per gli investimenti italiani nei paesi in zona di guerra, controllata dal nostro ministero dell’Economia. Ma questa è un’altra storia, e non è certo una buona pubblicità per il governo. Però è un modo come un altro per aumentare le nostre esportazioni e far salire il pil, no? Oh, siamo in tempo di crisi, che vuoi farci? È il libero mercato».

«Sì, va be’, ho capito, ma così è il libero mercato della morte».

«Oh, non sono io a fare le regole. E comunque ok, sarà il libero mercato della morte, può darsi, però considera che noi, in questo libero mercato della morte, modestamente, siamo un’eccellenza».

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