Musica popolare. Ecco perché dovreste partecipare ai festival

I festival di musica popolare hanno l’importante funzione di preservare la cultura di un territorio. Presentano nuove forme di musica tradizionale. Fanno conoscere paesi in abbandono. Usanze. Costumi. Creano momenti di confronto e aggregazione sociale dai quali spesso scaturiscono idee collettive molto interessanti. Fanno rete sociale. Fortificano il senso di appartenenza alle proprie radici. Le valorizzano. Creano opportunità per i più giovani.
Insomma, i festival di musica popolare, in particolare quelli autofinanziati, sono il cuore pulsante di una cultura secolare ancora viva e attiva dentro ognuno di noi.
Poi va be’, io in generale a sti festival ci vado perché c’è fregna, ma questo è un altro discorso.

Dalle mie parti i festival che preferisco sono lo Joggi Avant Folk (di Joggi), il Cleto Festival (di Cleto) e Radicazioni (di Alessandria del Carretto).
Non è raro, infatti, vedermi agonizzare ubriaco fradicio sui sampietrini di questi paesi, mentre giovani e meno giovani si divertono a ballare (a cazzo di cane) sulle note di artisti alle volte noti, alle volte sconosciuti, ma sempre di grande qualità. Mi sento di dire che se questi festival non li conoscete dovete andarci perché meritano.

Questo per dire che i festival di musica popolare sono eventi seri, se fatti bene. Sono belli, divertenti, utili. Culturalmente rilevanti. Insomma, sono la linfa vitale che ritorna a fluire in un territorio, proprio come un vecchio oramai stanco che si risveglia sui suoi antichi accordi di fisarmonica e ritorna a danzare (solo che il vecchio è a rischio infarto).
Se fatti male, d’altro canto, questi stessi eventi sono l’acuirsi di un cancro che porta il territorio a morte certa nel giro di poco tempo.

Dalle mie parti di festival creati ad arte per intascare finanziamenti regionali se ne trovano a bizzeffe (basta guardare a chi vanno ogni anno i finanziamenti pubblici, per farsi un’idea). Associazioni nate sul momento, nomi noti, sagre e feste di paese che si riducono a due stand e uno striscione con del vinaccio e due caldarroste.

In poche parole: la lobby della cultura tradizionale s’ingozza alle spalle del contribuente, e in genere restano fuori da questi finanziamenti solo i festival di musica popolare fatti bene. Gli altri, quelli organizzati dal cognato dell’assessore regionale o dal cugino del sindaco (con proposte culturali di merda), vincono invece bandi per centinaia di migliaia di euro. E in più il vino che ti vendono sa d’aceto.
festival di musica popolare- verdone fricchettone

Ma evitiamo di fare polemiche, altrimenti sembra che io voglia accusare la politica regionale calabrese di essere una massoneria mafiosa capace solo di distruggere e speculare sul territorio e di fare clientele su tutto, a cominciare dalla cultura. E tutti sappiamo invece quanto onesti e illuminati siano i nostri rappresentanti politici (e le indagini e gli scandali passati sono solo preconcetti vostri che siete sempre brutte persone malfidate).

Passiamo quindi ad argomenti più leggeri. Ossia al perché conviene frequentare i festival di musica popolare ben organizzati. E come attrezzarsi per uscirne soddisfatti.

Cinque motivi per frequentare i festival di musica popolare

1. La fregna

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Lo accennavo nell’introduzione. La fregna (o il fregno, dipende dai gusti) è il motivo principale per partecipare a questi festival.
In questi luoghi, infatti, puoi tranquillamente organizzare in cosa di chissà chi una cosa a quattro con una discotecara autoctona, una ingenua pulsella di paese e una cougar leopardata amante del sadomaso. O puoi ritrovarti in tenda con una fricchettona coi dreadlocks, una punkabbestia col piercing ai capezzoli e una comunistoide radical chic con la maglietta del Che e l’iPhone appena uscito. Insomma, puoi sentirti il piccolo centro caldo, accogliente e umido dell’universo.
Difficile che eventi del genere possano ripresentarsi al di fuori di questi festival.

Una raccomandazione: se decidete di accamparvi in tenda, non presentatevi con la monoposto, in quattro a dimenarsi attorcigliati non ci si sta. Si strappa il tessuto, saltano i picchetti, crolla tutto. Ve lo dico per esperienza.

2. Il panino zozzone

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Il panino zozzone è un altro motivo fondamentale per prendere parte a questi festival. Il panino zozzone io lo adoro. E’ buono. E’ soddisfacente. E’ unto. Fa male al fegato. E’ il panino paesano che mangiavano i miei nonni.
Ogni festival ha un panino zozzone tutto suo: c’è quello a base di melanzana fritta, quello che cola nduja, quello con la salsiccia infuocata, il capocollo, le alici, i peperoni, le patate mpacchiuse, il formaggio fetente e il pesce stocco. C’è quello con i fegatini, il radicchio, lo stufato, la bufala, la testa di cane e il budello di bambino morto. L’importante è mangiare tutto senza farsi domande. Mai.

Tutta roba ottima, sia chiaro. Tutta roba prodotta in paese. Tutta roba di prima qualità, che sarà possibile però espellere solo la settimana dopo, visto che, è cosa nota, nessuno è mai riuscito a defecare nei cessi chimici del campeggio.
Insomma, un festival a base di danza, cibo, vino e stipsi.

3. Il vino

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Il vino che servono ai festival di musica popolare, se il festival è sentito, in genere è vino fatto in casa. Vino buono ma rosato, che tu lo guardi con sospetto e ti chiedi perché è rosato? Il rosato fa cacare. Però poi ti ricordi dei tuoi problemi di alcolismo e delle tue giornate passate a dialogare col vino in cartone, per cui non fai troppe storie. Il vino rosato poi te lo servono fresco e quindi ne bevi una bottiglia come se fosse Gatorade. Non è male, solo che è vino traditore. Gradazione alcolica non definita, probabilmente sui 30-40-50 gradi. Tu lo butti giù e lui se ne sta lì tranquillo, come se fosse un vinello leggero, innocuo. Poi a un certo punto decidi di alzarti in piedi e l’asse terrestre si sposta sotto i tuoi piedi di circa mezzo metro.

La sensazione è quella di un terremoto. La terra trema, le stelle vorticano e il cielo viene giù. Sembra l’apocalisse ma in realtà sei solo tu che sei ubriaco fradicio da un’ora ma te ne sei accorto solo adesso. E’ un fenomeno strano che solo chi ha provato può capire…

4. La compagnia

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In questi festival di musica popolare c’è sempre gente simpatica. Il fricchettone specializzato nel suonare la campana tibetana, che se tu gli fai di sì con la testa mentre te lo racconta, e gli dai a intendere che l’argomento t’interessa davvero molto, allora lui ti fa fumare erba buona. Poi c’è la tizia svampita che pomicia con tutti, e se chiedi con educazione allora pomicia anche con te. I bambini che ti costringono con la forza a comprare i biglietti della riffa. Il branco di cagnolini che tutti dicono “Uh, come sono belli” e intanto ogni volta che tu li guardi loro abbaiano e ti ringhiano contro.

Il rocker attempato e sudato che invece di parlare urla perché lui un tempo suonava in un gruppo rock. Gli organizzatori del festival che vanno avanti e indietro oramai distrutti dallo stress. I vecchi con la zampogna e i baffi gialli che ridono ‘mbriachi. Il bassista del gruppo spalla, in un angolo, che non se lo caca nessuno e si ubriaca da solo. Insomma, una fauna variegata che in qualche modo ti fa sentire parte di un’unica grande famiglia. Famiglia in cui, ovviamente, il disagio regna sovrano.

5. Gli spettacoli

musica popolare-festival-thomas prostata
E poi ci sono le mostre fotografiche in bianco e nero (rigorosamente in bianco e nero). C’è il regista indipendente al suo primo e ultimo cortometraggio. C’è la presentazione del libro di quello con la barba da intellettuale. C’è il giocoliere col fuoco che io comunque lo guardo da lontano che non si sa mai. Insomma, c’è un po’ di tutto in questi luoghi, ma soprattutto c’è la voglia di stare insieme. Di contribuire alla riuscita di qualcosa di bello. Di importante. Di nobile. Di fondamentale per noi stessi e per gli altri. Per l’intera comunità. E non è mica poco, giusto?

E poi che c’è fregna l’ho già detto? C’è un sacco di fregna.

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