Essere tristi senza un motivo. Chi è senza futuro scagli la prima pietra

Vi capita mai di essere tristi senza un vero motivo? Cioè, la vostra vita procede come sempre, la vita dei vostri cari anche, tutto è stabile, stazionario, ogni cosa è nella norma. E però ieri vi sembrava di essere sereni, forse, e oggi invece siete tristi. Vi capita mai? Sì, ok, al di là delle mestruazioni intendo (che poi le mestruazioni le possono avere anche gli uomini, non so se lo sapevate). E al di là degli psicofarmaci, ovviamente. Vi succede mai di riscoprirvi tristi all’improvviso senza un perché? Di farvi buttare giù da una sciocchezza? Di essere nervosi per nulla. Di urlare per cose da poco.
Sì? Allora siete tristi anche voi.
Ma non tutte le tristezze sono uguali.

I modi di essere tristi

Pierrot Essere tristi senza motivo

La tristezza individuale

A volte siamo tristi perché la vita che conduciamo non ci soddisfa appieno. Questo accade quando la realtà che ci circonda imprigiona in nostri sogni, le nostre aspettative e le nostre speranze. Insomma, quando la nostra esistenza, anche se non ce ne rendiamo conto, è vacua e la nostra vita è a tutti gli effetti, almeno per noi, una vera e propria vita di merda. Il corpo comprende la nostra infelicità e di colpo siamo tristi. Depressi, nervosi o arrabbiati.

Questo tipo di tristezza è il modo in cui il nostro demone interiore reagisce davanti all’interruzione del suo potenziale. Davanti al blocco forzato del suo sviluppo.
La nostra quotidianità non ci rappresenta, il nostro bambino interiore muore lentamente e dinnanzi a questa lenta agonia tutto il nostro essere decide di vestire a lutto.
La tristezza improvvisa ci schiaccia e non c’è porto sicuro se non rifugiarci nell’imbecillità (sì, la dolce, candida e rassicurante imbecillità, alle volte sottovalutiamo quanto sia salutare non capire un cazzo).

La tristezza collettiva

Essere tristi, realmente tristi, non è lagnarsi. Essere tristi è spesso empatizzare.
Se si è in grado di intendere e di volere, basta guardarsi intorno per capire che essere tristi è un preciso dovere morale. Parlo di quella tristezza consapevole, quella che osserva tutto ciò che ci circonda e ovatta la nostra quotidianità. Quella tristezza impercettibile al tatto ma ben visibile agli occhi, come una sorta di nebbia interiore che offusca tutto il resto.
E’ sufficiente un quoziente intellettivo medio per comprendere che viviamo in una società impazzita. La razza umana è divenuta qualcosa di spaventoso; i social network mostrano in modo lampante il volto grottesco di ognuno di noi; non abbiamo quasi più riferimenti culturali rilevanti e non riusciamo più a capire quale sia la giusta rotta da seguire. Insomma, è il caos. E questo ci rende tristi.

La tristezza ignorante

La tristezza ignorante ti fa ignorare di essere triste. Ma questo non ti rende meno triste.
Il cadavere putrefatto della cultura dell’apparenza ha concimato a dovere l’albero velenoso del fanatismo. Alcuni, i meno svegli (ma non solo), finiscono quindi preda delle speculazioni fondamentaliste. Ed è questa la tristezza ignorante. Che si parli dell’Isis o di Salvini non fa alcuna differenza, sono solo due lati di una stessa medaglia.
E’ il seme dell’ignoranza che ha attecchito sul nostro terreno.

Attentati terroristici e deliri razzisti alzano il livello dello scontro. Un’enorme Las Vegas in cui ogni cretino fa la sua puntata. Rosso. Nero. Fate il vostro gioco. Rien ne va plus, le jeux sont fait. Non parlo francese. I’m sorry. Come? Allahu Akbar. Prego? Boom! Ah, ecco.

Troppe parole. Troppo rumore. Troppa tensione.
Le urla per strada ci impediscono di pensare. E il cervello rattrappisce ed evapora come una medusa morta al sole.

Come si reagisce alla tristezza?

Abbiamo rinnegato la nostra natura e ora ci sentiamo snaturati. Cos’altro potevamo aspettarci?
Essere allegri, allegri senza coscienza, oggi rasenta la psicosi. Ma se si è ancora esseri umani come si fa?
C’è chi sostiene che tutto ciò che ci è concesso è di scegliere in che modo morire.
Va da sé che non è il massimo dell’allegria.

Altri negano e fingono di non vedere. Di non sapere. Di non capire.
Io non sono triste, sono allegro. Infibulazione. Sono un tipo alla mano, mi basta poco per divertirmi. Genocidi, stragi di Stato. La vita va presa con allegria, è questo il suo segreto. Lapidazione. Tortura. Pena di morte. Disperazione.
Gente allegra dio l’aiuta.
E i barconi affondano nel Mediterraneo.

Insomma, essere tristi, realmente tristi, oggi, forse, vuol dire semplicemente avere una coscienza sociale. E allora, forse, bisognerebbe semplicemente capire che è necessario ridere. Di tutto.
Ridere. Perché ridere è resistenza.
E tutto quello che dobbiamo riuscire a fare, dunque, è resistere e ridere. Ridere forte. Sempre più forte. Ridere. Fino alla fine.

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